Assunzione o reclutamento?

Come tutti sappiamo, nella scuola l’elemento umano è di importanza fondamentale: altrettanto fondamentale, quindi, sarebbero le procedure di selezione del personale, ma l’amministrazione scolastica è afflitta da una grave contraddizione rispetto a questa esigenza, assolutamente prioritaria.

Prima di tutto, è il lessico dell’istituzione che ce ne parla. Normalmente, il linguaggio giuridico-aziendale parla di assunzione del personale. Il grande dizionario della lingua italiana del Battaglia relega al settimo posto, in senso storico, la corrente accezione giuridica del termine e la fa precedere da molteplici testimonianze letterarie del suo uso in altri sensi e in altri contesti: innalzamento (a una dignità, a un onore, a una carica); elevazione al cielo di una persona col proprio corpo, in vita o in morte. Nell’insieme, il vocabolo ci rimanda all’acquisizione di uno status onorevole, in cui il prescelto si pone, sì, alle dipendenze dell’imprenditore, ma con il compito positivo di collaborare all’impresa.

Del tutto diversamente, in modo non meno significativo, l’amministrazione scolastica ricorre costantemente al termine reclutamento, per tutti i livelli e profili professionali. Il medesimo dizionario ci conferma dell’ascendenza del vocabolo al linguaggio militare: raccolta, selezione e distribuzione ai vari enti militari dei cittadini atti alle armi; addirittura, il lessicografo ci informa della spregiativa accezione di adescamento di giovani da sfruttare in ambito sessuale, immediatamente dopo aver documentato l’uso che del termine fa l’amministrazione scolastica.

Volendo mantenere un atteggiamento costruttivo, occorrerebbe respingere la tentazione di concludere certificando un atteggiamento sostanzialmente svalorizzante dell’amministrazione scolastica verso il proprio personale, anche se molteplici indizi conducono a confermare a tutti i livelli, negli operatori della scuola, il sospetto di essere soltanto dei numeri: carne da cannone da buttare in trincea.

Non si può concludere diversamente, quando si viene reclutati attraverso le graduatorie, dove, la meccanica dei punteggi che dovrebbe privilegiare merito (acquisito nei percorsi scolastici e accademici) ed esperienza di servizio è stata via via inquinata, in omaggio a un fiorente mercato, dalla valorizzazione di titoli di assai costosi ma di dubbia genuinità.

Quando invece si decide di rispettare il dettato costituzionale, l’amministrazione imbastisce concorsi che dovrebbero offrire un’opportunità ai migliori per senno e per virtù: ma la procedura viene poi affidata a persone che, oltre ad essere miseramente retribuite, non hanno alcuna competenza in materia di selezione del personale e costretti, per di più, a rispettare tempistiche assurde perché l’amministrazione, dopo avere a lungo tergiversato, reclama la necessità di avere una graduatoria per reclutare in tempo utile altre soldatesse e altri soldati da spedire al fronte.

Ultimamente, poi, si fa anche ricorso ai concorsi riservati a rischio zero, mediante i quali gli aspiranti acquisiscono comunque il diritto ad essere collocati in graduatoria, anche dopo un esito scadente o negativo della prova: giusto per tributare al dettato costituzionale un rispetto meramente formale, mantenendo nella sostanza il criterio fondamentale del reclutamento “a numero”, affidandosi al buon Dio e alla statistica, che ci dice che nella società le persone serie e oneste sono largamente in maggior numero rispetto ai furfanti e ai delinquenti che occupano le prime pagine dei giornali.

Per inciso, si deve riconoscere che l’opposizione del personale ai vari tentativi messi in atto dall’amministrazione per premiare i migliori ha a che fare con questo stato di cose.

Tutte le patologie del sistema di reclutamento hanno la loro radice in un problema organizzativo che non è mai stato affrontato, nonostante la sua assoluta evidenza.

Ogni azienda medio-grande si dota di strutture specificamente dedicate non solo alla gestione del personale  (che nell’amministrazione scolastica è faticosamente curata dalle segreterie dei singoli istituti), ma anche alla sua selezione.

Essendo il Ministero dell’Istruzione il più grande datore di lavoro d’Italia, mi parrebbe del tutto logico che qualche Onorevole Ministro affrontasse radicalmente  il problema, invece di limitarsi a gestire l’emergenza, che pure va affrontata, e il gigantesco contenzioso che l’accompagna.

Certamente i tempi della politica, con scadenze elettorali sempre imminenti, non sono compatibili con i progetti di lungo respiro (che, come si sa, sono preclusi ai politici perché spettano agli statisti), ma è altrettanto certo che senza la creazione di una struttura amministrativa dedicata alla selezione del personale, dotata di competenze professionali specifiche e dedita unicamente a questo compito, il Ministero non uscirà mai dalle secche in cui si trova e non potrà mai garantire all’utenza un livello più alto di professionalità degli operatori.

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